venerdì 25 maggio 2012

Bambini senza infanzia


Bambini senza infanzia 
di Grazia Honegger Fresco

Osserviamo un gattino che corre dietro a una foglia o che salta intorno alla coda della madre. Ci incantano la gratuità del movimento, il gusto per l’esplorazione. Perché agisce così? È attività futile o ha un senso ai fini dello sviluppo? Nell’infanzia di ogni cucciolo di mammifero – e non solo – fattori biologici e psicomotori si incrociano, mossi da elementi esterni che suscitano curiosità, come una foglia che vola via: il movimento, nato dall’interno dell’individuo, si dispiega nell’ambiente. Altrettanto avviene per la nostra specie: anche i continui movimenti del bambino hanno finalità strettamente connesse al suo sviluppo corporeo e mentale. Nessuna azione, nessun movimento, tanto più se spontaneamente ripetuti, sono inutili. Noi però svalutiamo e interrompiamo il suo agire, tanto ci appare poco importante. Ciò che inventa egli stesso non ci sembra significativo ai fini dell’esperienza e dell’apprendimento, per cui ci riteniamo autorizzati a dirigere i suoi interessi, a “stimolarlo”. Stimolare: ecco un verbo aggressivo che contiene il concetto di bambino vuoto che si anima solo quando l’adulto lo dirige, gli insegna, gli fa fare questo o quello. Un verbo che ha inquinato tutta l’educazione occidentale in nome dell’efficienza.
I più piccoli che non hanno ancora la parola ci sembrano i più difficili da capire. Quando inizia a emergere questa loro voglia di agire, di sperimentare?
Un lattante che succhia dal seno della madre, afferra con la bocca il capezzolo e lascia andare, lo prende ancora, succhia e la guarda. Il suo piccolo corpo sembra partecipare tutto a quel piacere, a quel grande conforto. Oppure un bambino di 4 o 5 mesi che ha appena scoperto le sue mani: le muove, ruota le dita e intanto le guarda con molta partecipazione. Qualcuno lo interrompe e gli mette un sonaglio fra le mani, ma lui lo lascia cadere e riprende la contemplazione di quei piccoli movimenti.
Si dice dei bambini che “non stanno mai fermi”: in effetti non possono, non devono. Guardare, ascoltare, muoversi, afferrare un oggetto, tutto è esplorazione, un fare che dà consapevolezza e piacere, meraviglia della scoperta e conferma delle proprie acquisite capacità, bisogno insaziabile di conoscere, di sperimentare, di sbagliare per rifare bene.
Noi, gelidi descrittori, siamo ciechi, indifferenti o peggio, svalutiamo le attività naturali dei bambini. Ci sembrano assurde, improduttive e invece ci dicono tante cose di lui e di lei, di come si arrangino a usare con intelligenza ciò che gli serve per capire il mondo e al tempo stesso – nel loro fare/disfare – trovare appagamento e rassicurazione.
Queste forme di gioco spontaneo che a noi paiono una perdita di tempo e come tale le trattiamo, coincidono con il vivere e con il crescere per intuire a poco a poco il funzionamento del mondo e il rapporto tra cose e persone, tra oggetti inanimati ed esseri viventi. Noi, genitori ed educatori, lo blocchiamo sistematicamente, “per il suo bene”, interrompendolo, mettendogli nelle mani un stupido computer-giocattolo perché impari per tempo che le azioni umane non sono multiformi e sempre nuove, ma vanno ridotte a premere qualche pulsante.
Oggi purtroppo i nostri bambini giocano sempre meno, spinti sempre più in anticipo a rinunciare all’infanzia: tutto quello che fanno, a casa come a scuola, deve essere produttivo, finalizzato a risultati valutabili. Gli esiti sono disastrosi. Da un lato la tv, elettrodomestico ad altissimo rischio, pessima maestra ormai involgarita oltre misura, che condiziona il pensiero, riduce l’immaginazione producendo passività e stupidità. In definitiva uccide il gioco originario, quel potente strumento di crescita e di creatività che ogni bambino o bambina ha dentro di sé come dono fondamentale fin dalla nascita e che sviluppa – se glielo permettiamo – in modo personalissimo. Dall’altro, in questa società che traduce tutto in potere d’acquisto, il gioco è diventato didattico (deve sempre insegnare qualcosa) o sportivo (finalizzato a risultati misurabili o alle degenerazioni “tifose”) o anche ozioso, non nel senso nobile dei filosofi classici, ma come fuga dalla responsabilità e dal rischio (gli adulti sono maestri, in questo). Conta la competizione, non più il piacere di giocare, e a quella, fin dai primi anni, vengono spinti figli e allievi, nipoti e ospiti occasionali, trasformati anzitempo in piccoli adulti: imparano precocemente a monetizzare tutto, a mercificare e a mandare a profitto anche le relazioni più significative.
Anticamere del bullismo, come la tv è anticamera della droga: nel vuoto della mente si insinuano richieste fuori tempo e fuori luogo, estremamente pericolose. Difficile porvi rimedio durante la seconda infanzia o, peggio, nell’adolescenza, quando già agli inizi della prima (0-3 anni) il condizionamento è stato così forte.
Un grande educatore come il francese Arno Stern già da anni denuncia la fine precoce e sempre più accentuata dell’infanzia, l’annullamento di quel tempo gratuito in cui tutto si fa per il puro piacere di fare, per riconoscersi nel gioco di un altro o nella storia che si inventa giocando con sassolini e pezzi di legno, con una vecchia scatola o con un sacchetto pieno di ritagli colorati. Questo vale, sostiene Stern, anche per il gusto di tracciare liberamente segni senza che qualcuno cominci a domandare: “Che hai voluto fare?” o anche: “Perché hai fatto il sole viola?”, (e Kandinskj non “osava” cavalli verdi? E Chagall e Picasso?…), pronti a indagare se quel rosso sbaffato di nero o quel comignolo storto indichino sintomi a fini diagnostici. Cosi anche il gioco splendido delle tracce di colore diventa compito e oggetto di giudizio, di confronto. Non li ascoltiamo e vogliamo addomesticarli a modo nostro, esplorando (inutilmente) i loro segreti più profondi; in realtà restiamo solo e sempre alla superficie, avendoli però offesi con le nostre intrusioni.
La fine dell’infanzia e del gioco, preannunciata da autori come Neil Postman e Marie Winn che ne leggevano i segnali già evidenti oltre vent’anni fa nelle città americane, eccola puntuale qui da noi. “Di tutti i cambiamenti che hanno alterato la topografia dell’infanzia il più drammatico è stato la scomparsa del gioco infantile”, scriveva la Winn nel 1981, individuando nella sessualità anticipata e nella continua esposizione a scene di crudeltà e di morte l’ingresso nella vita adulta che gratifica i genitori, sentendo i figli “adeguati” all’ambiente. È come se già nella loro mente l’infanzia fosse conclusa: una fase faticosa, obbligante, da lasciare il prima possibile alle spalle.
Quanto agli oggetti – complici gli adulti che schivano ogni possibile conflitto con loro – figli o allievi crescono nella fiera dell’inutile e del possesso fine a se stesso, già orientati a sentirsi più forti solo perché collezionano “roba”, oggetti, merce. Non abbiamo messo già le radici a tutti i mali del mondo che si fondano appunto sul contrasto tra chi ha e chi non ha, su una maggiore o minore sicurezza basata sul possesso, allenando fin dai primi anni alla competizione e alla paura di non farcela?
Lo stillicidio delle cause che sottraggono l’infanzia ai bambini non si esauriscono certo qui: case sempre più piccole, l’erosione crescente di spazi pubblici e liberi, di parchi cittadini sicuri ed esplorabili a vantaggio di piazze e di strade invase dal traffico, la colonizzazione di ogni spazio e di ogni relazione da parte di educatori di professione, per non parlare della velocità che abbiamo impresso ai ritmi della vita quotidiana in famiglia e nelle istituzioni educative…
Discorsi che ci portano lontano e che tuttavia, pensando alla salute dei nostri bambini, non possiamo non tenere presente: la gratuità del gioco infantile va preservata come un bene prioritario per noi e per il futuro della nostra specie, per i bambini sani come per quelli che devono affrontare percorsi di malattie e di sofferenze. Ci sostiene la fede che un bambino è sempre tale e che il gioco offrirà sempre una via di fuga, una possibilità di “salvezza”: anche se inquinato da esperienze di passività, potrà sempre, se sapremo creare un ambiente libero e relazioni più limpide, riaffiorare con la sua forza rigeneratrice e il bambino riscoprirne, con una sorta di reminiscenza atavica, il piacere vitale.
quadernomontessori@fimail.org


Allieva e divulgatrice di Maria Montessori e di Adele Costa Gnocchi, Grazia Honegger Fresco è maestra, pedagogista e formatrice. Ha fondato Case dei Bambini e Nidi  montessoriani, ha diretto il Centro Nascita Montessori di Roma per vari anni ed è condirettrice della rivista Il quaderno Montessori. Ha pubblicato diversi libri, tra cui i più recenti Maria Montessori, una storia attuale, per L’ancora del mediterraneo e I figli, che bella fatica! nelle Edizioni dell’Asino .